Numero 4, 15 luglio 2023

SAPERE PER DECIDERE

CONTROINFORMAZIONE LIGURE

Numero 4, 15 luglio 2023

Indice

SPIFFERI

Nanni Moretti: “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Legambiente?

Alla presentazione del nuovo libro di Fabrizio Barca incontriamo una vecchia conoscenza che lavora in Legambiente Liguria. Quando le ricordiamo la ferita ancora aperta dell’espulsione, in apparenza incomprensibile, del circolo Nuova Ecologia e del suo leader Andrea Agostini, scatta la risposta burocratica: “si facevano i c. loro”. Ossia battersi per salvare il verde pubblico a Genova o contro il progetto faraonico e devastante dello Skymetro sul Bisagno? Battaglie dove sul campo non c’è traccia di Legambiente, che sembra avere un solo obiettivo: non disturbare il manovratore. Non a caso la potente associazione ambientalista all’attuale sistema di potere ligure non tira neppure un pelo. Mentre i suoi dirigenti impongono la logica da caserma che sa tanto del manzoniano “sopire e troncare”.

Riapertura museo Chiossone | Orari e biglietti | Mostra Giappone La riapertura del museo

Il Museo Chiossone riapre… e comincia a bollire

Finalmente il Museo di Arte Orientale Edoardo Chiossone riapre al pubblico. Per questo va ringraziata la Compagnia di San Paolo che lo ha finanziato in buona parte. Siamo andati all’inaugurazione, scoprendo che è agibile anche la terrazza esterna: stupenda. E tutto sarebbe andato per il verso giusto, salvo un particolare: manca l’aria condizionata e dentro si bolliva letteralmente. E il sudore mixato con il “bolleggiume” (puro slang livornese) può danneggiare le opere esposte. Quindi rivolgiamo un accorato appello al caro assessore alla cultura fantasma del Comune di Genova (difatti non esiste) perché salvi almeno i gioielli del più importante museo di arte orientale d’Europa. Se non la salute dei suoi concittadini, costretti a fuggire dal museo per salvarsi dal caldo torrido.

La Liguria capitale di che?

Tra gli anestetici più utilizzati dal potere locale – allo scopo di trasformare l’ormai diffusa rassegnazione della cittadinanza in vera e propria lobotomizzazione – c’è l’annuncio consolatorio dell’intitolazione d’area a “capitale di qualcosa”. Tecnica illusionistica bipartisan. L’ineffabile Burlando prospettava una specializzazione competitiva basata sullo slow food (la cucina di pesce azzurro), quale sostituto delle grandi fabbriche delle PpSs in liquidazione. I suoi adepti destrorsi Toti e Bucci ripropongono la gag-primazia inventandone una al giorno. Dalle riviere “nuova Hollywood” grazie ai red carpet, al “modello” del fare senza controlli. Ora scopriamo Genova quale capitale del libro, nella singolare carenza di case editrici locali che non siano marchettifici di testi a pagamento.

ECO DALLA RETE

A proposito della questione termovalorizzatore

Dal sito del professor Francesco Cappello, 25 giugno 2022

«Nel volume: “Fire and explosion risk analysis and evaluation for LNG ships” leggiamo che “nella pianificazione urbana, le rotte marittime del GNL non dovrebbero trovarsi in luoghi o unità ad alta densità di persone o cose; quando si verifica l’incidente della nave GNL, le persone e i materiali di valore dovrebbero essere evacuati in tempo in aree sicure, per evitare danni alle proprietà e alle persone”. La pubblicazione a cui facciamo riferimento ha come autori, Li Jianhuaa e Huang Zhenghua, del Department of Fire Command, Chinese People’s Armed Police Force Academy, Langfang 065000, Hebei, China; in cui si propone la valutazione del rischio di incendio ed esplosione a cui sono soggette le navi che trasportano, immagazzinano o rigassificano gas naturale liquefatto (GNL). L’indice di rischio di incendio ed esplosione è risultato assai elevato se non viene mitigato da opportune e stringenti misure di sicurezza che gli autori consigliano che siano applicati come riferimenti inderogabili alla gestione scientifica della navigazione da parte delle imprese impegnate nella filiera del gas liquefatto.

La pubblicazione in oggetto è divenuta un punto di riferimento assai importante per le analisi successive. Le conclusioni in merito alle conseguenze pur apparendo assai caute rispetto ad altre, non appaiono tuttavia molto rassicuranti: “se esposto alla radiazione della palla di fuoco dopo 15 secondi ed entro 1400 m dalla nave GNL, oltre il 50% delle persone morirebbe; entro 1600 m oltre il 50% subirebbe ustioni di secondo grado; entro 2300 m più del 50% sarebbero di primo grado”. Vale a dire che le conseguenze dell’esplosione di vapore in espansione di liquido bollente (Bleve) sono molto gravi, il che può causare enormi danni materiali e vittime”. Notare la durata considerata. Il dato del 50% di vittime entro un raggio di 1400 metri dalla nave è, infatti, relativo a soli 15 secondi della esplosione della palla di fuoco. Cosa accadrebbe nelle ore successive in un centro abitato in seguito alla propagazione degli eventi seguenti alla “palla di fuoco” non è preso in considerazione dagli autori».

Francesco Cappello, docente di fisica al Liceo Galilei, Castelnuovo Garfagnana (Lucca)

C’È POSTA PER NOI

La premiazione “oceanica” di The Ocean Race

12 milioni spesi per questo risultato. Complimenti ai geni che ci amministrano!

Sanità, l’orrore occultato nell’eufemismo: il “sollievo” al Galliera

Avendo nel corso degli anni assistito a molti cambiamenti, la domanda sorge spontanea: l’assistenza sanitaria ai cittadini è migliorata? Eppure il numero dei medici è enormemente aumentato: nel 1990 erano 4,5 su 1000 abitanti ed oggi sono 8 su 1000. Di contro il numero dei posti letto ogni 100.000 abitanti è passato da 922, nel 1980, a 275 nel 2013. Qualcuno dirà: “la sanità costa”, ma siete così sicuri che la sanità sia “un costo”? Oltre a non essere “un costo”, l’Italia destina, alla propria sanità, meno di un terzo (non in valori assoluti, ma in rapporto al PIL) di quanto stanzia, ad esempio, la Germania. Sapete quanto viene retribuita un’ora di straordinario di un medico ospedaliero? Vi do la cifra, senza commentarla (perché si commenta da sola) 7 euro. Quindi non mancano i sanitari, manca sia la dignità economica che i posti letto per i cittadini. Allora, qual è il cambiamento che si vuole introdurre per “rendere compatibili i bilanci economici” (nella, costante, riduzione degli stanziamenti)? L’introduzione della “sala del sollievo”: un luogo in cui i pazienti che giungono al PS, con patologie giudicate “non trattabili”, possano, invece di finire in un ambiente rumoroso e caotico (come vi potete immaginare sia una situazione di urgenza grave: monitor che suonano, indicazioni terapeutiche urlate, gente che corre da una parte all’altra), restare in un ambiente tranquillo, sedati, in modo che sia possibile “l’ultimo saluto” da parte dei familiari. I Giuramenti Ippocratici di “perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona” e “di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati” avevano già trovato la soluzione: l’Hospice, anche questo enormemente carente rispetto ai bisogni. Allora al Galliera, ospedale cattolico, si pensa di inaugurare la “sala del sollievo” (o “della morte”?). Ma chi deciderà “se” quello specifico paziente sia o meno curabile? Tranquilli: non sarà un medico (che, in quanto uomo, può sbagliare) bensì un algoritmo dell’IA (ovviamente programmata da un altro uomo… ma questo non bisogna dirlo). Quindi un algoritmo deciderà se voi sarete degni (o “varrete” abbastanza) per sperare in una cura.

Sicuri che sia un miglioramento?

Sandro Sanvenero

Invito a un appuntamento da non perdere

GLI ARGOMENTI DEL GIORNO

LA LINEA GENERALE

Una visione d’insieme sullo stato dell’arte regionale

L’estetica bipartisan di Destra e Sinistra liguri produce Fiumare

La corporazione trasversale di partito ha da tempo maturato la convinzione della propria impunibilità, per cui si reputa – al tempo – insindacabile e imperscrutabile. Il ras siciliano di Forza Italia Gianfranco Micciché usa farsi raggiungere dal personal pusher, cocaina al seguito, nei Palazzi delle istituzioni; Claudio Scajola, sindaco di Imperia e inquilino di un appartamento vista Colosseo a propria insaputa, si sente in diritto di minacciare la polizia giudiziaria ordinando l’interruzione di un sopralluogo nel corso di indagini su tangenti; Matteo Renzi non si perita di denunciare i magistrati che lo stanno inquisendo e la sua amazzone, Raffaella Paita, si iscrive all’ordine dei giornalisti di Spezia forte di un incarico d’addetto stampa del Comune mai ricoperto. Però, se fai presente a costoro l’incompatibilità di tali comportamenti con i livelli minimi della rappresentanza democratica rettamente intesa, sarai immediatamente zittito dalle loro repliche sdegnate.

Inutile fare presente a questi conclamati “liberali”, il principio base di tale nobile tradizione: l’ispezionabilità del potere. Ossia il punto fermo dei primi teorici, a partire da Montesquieu (se la generazione precedente aveva teorizzato con Hobbes il ruolo del Leviatano quale controllore del popolo, quella successiva propugnò la messa sotto controllo popolare del Leviatano stesso). Una disciplina che va stretta ai signori della politica, il cui imbarbarimento etico può essere meglio compreso analizzando i criteri estetici di un personale proveniente dalle zone periferiche della società: l’assenza di valori civili nelle scelte di organizzazione dello spazio pubblico. Smascherata in Genova dalla simmetria tra la Fiumara Uno della Sinistra e quella Due della Destra, in realizzazione nell’area ex Fiera. Sempre il medesimo paradigma, da quando è avvenuta la mutazione collettiva di campo della politica, dal lavoro al consumo. Iconicizzata in ciò che il sociologo George Ritzer chiama “le cattedrali del consumo”: enormi centri commerciali, cinema multisala, giganteschi parchi di divertimenti adibiti alla religione dei marchi («una visita a Disney World come il viaggio alla Mecca della classe media»). In sedicesimo, quanto è diventato un triangolo prezioso a Cornigliano devastato dalla mercificazione. Analogo a quanto si sta facendo a Fiumara Due. Qui analizzato da una profonda conoscitrice delle dinamiche urbane quale l’architetto genovese Marina Montolivo Poletti.

Pierfranco Pellizzetti

Waterfront: demolizione del Padiglione C

Il contesto

Si chiamerà “Waterfront Mall”. E con ciò si chiude la bocca a qualunque ipocrisia interpretativa: sarà una nuova Fiumara. Non stupiamoci, da decenni la politica genovese ha sacrificato ogni occasione strategica alle più antiproduttive fra le funzioni: appartamenti, megastore, uffici, in una città che ha in esubero solo appartamenti, megastore ed uffici. Che fossero i 165.000 mq retroportuali di Fiumara, il grande abbraccio sul mare di Hennebique, il fascinoso volume art decò dell’ex mercato del pesce di piazza Cavour, la destinazione e la mancanza di idee è sempre la stessa, con spreco di aree strategiche così rare e preziose a Genova, il cui utilizzo intelligente avrebbe potuto determinare una svolta vitale alla città. Alcune considerazioni (storiche, tecniche e culturali): il Palazzetto dello Sport fu inaugurato nel ’62, su progetto di Leo Finzi, prima grande tensostruttura realizzata in Europa e fra i più grandi impianti sportivi coperti d’Italia. Diametro 160 ml, tre piani, capienza 15.000 spettatori. Ha ospitato eventi sportivi importantissimi, esposizioni, concerti mondiali.

Il progetto attuale contempla 28.000 mq su 50.000 complessivi dedicati al commerciale: 121 negozi, mega supermercato alimentare, bar, ristoranti. Se si uniscono le attività commerciali previste anche ai piani terra degli edifici, si configura un centro commerciale di allarmante estensione. Per inciso il PUC prevede per quest’area la funzione commerciale solo “complementare e non primaria”, quale- invece – a tutti gli effetti sarà.

M.M.P.

Le occasioni mancate, il commento

La supina assimilazione alla cultura urbanistica anglosassone, laddove l’estensione degli spazi ha determinato la creazione di distretti tematici (zone residenziali, zone direzionali, zone commerciali) si configura come uno stolto tradimento della cultura urbanistica italiana, nata in virtù della conformazione del territorio e degli intrecci di potere nella storia del Paese. Peculiarità italiana è l’urbanistica “diffusa”: in ogni borgo o città troviamo nella piazza principale chiesa, municipio, scuola, teatro, abitazioni, uffici e negozi in perfetta armonia, a chilometro zero. L’enorme movimentazione di auto generata dalla distribuzione per funzioni su aree estese è incompatibile non solo con la nostra identità culturale, ma con la stessa morfologia territoriale. Crea danni non calcolabili in termini di sopravvivenza del patrimonio architettonico, intasamento veicolare, sacrificio dei centri storici. A monte della scellerata decisione di creare alla Foce un mega centro commerciale, non ho letto una riga sugli studi preliminari obbligatori, quali l’analisi della capacità attrattiva, i competitor presenti, eventuali barriere allo scorrimento del traffico, tracciamento delle campiture isocrone e isometriche, che stabiliscano il bacino di utenza computato su tempi e chilometri di percorrenza. Mi azzardo a fornire io qualche dato, sicuramente impreciso ma realistico: un distretto commerciale di questa dimensione coprirà un’area di percorrenza di circa 40 minuti di auto. Il che significa un bacino di utenza, a spanne, da Chiavari a Savona, a Serravalle. Per capire quale movimentazione di auto affliggerà il nostro centro città.

Centoventun negozi sanciranno la chiusura di moltissimi negozi storici, producendo un serissimo problema sociale: licenziamenti senza possibilità di reintegro nel nuovo centro, che privilegerà l’assunzione di giovanissimi sotto pagati. La spettacolarizzazione del mondo mette a nudo la miseria della storia contemporanea, dove il trendy sostituisce la sostanza e il consumo crea illusione di ricchezza. Le nuove cattedrali del mondo globalizzato sono i Non Luoghi – aeroporti, alberghi, ipermercati, crociere – la cui vocazione non è territoriale (identitaria, creativa di rapporti e patrimoni comuni) ma circolatoria e consumistica, improntata alla sottocultura del generico, che sovverte le peculiarità delle città storiche. L’evoluzione del retail verso la grande distribuzione impone quindi interrogativi su come vogliamo evolvano le nostre città.

Marina Montolivo Poletti

Waterfront, al Palasport un centro commerciale con 121 negozi e un grande  supermercato - Genova 24 I due profeti della sottocultura del generico

AMBIENTE

La fragile bellezza di uno spazio sotto costante attacco

La guerra degli alberi in atto (Parte Prima): la battaglia di Corvetto

C’è stata la guerra dei bottoni, c’è la battaglia dei fiori, quella delle arance, la battaglia dei coriandoli ogni martedì grasso. A Genova c’è quella degli alberi.

Una guerra che si combatte per le strade, non si fanno prigionieri e, come in tutte le guerre, con vinti e vincitori. Purtroppo il conflitto in corso a Genova sotto il regno di Attila Bucci infuria da circa cinque anni. Come tutti sanno, in campagna elettorale il nostro sindaco, fra le varie promesse assolutamente mai mantenute, dichiarava che Genova sarebbe stata bellissima e che avrebbe piantato diecimila piante nuove. In realtà i conti fatti dal comune sugli alberi aggiunti e quelli tagliati presenta un disavanzo negativo di circa 1100 unità. E questo solo per il verde pubblico, non quello privato; che, pur sottoposto al regolamento comunale, non è mai stato censito (e i tagliatori mai stati sanzionati).

Dunque 1100, un bel numero. Se pensate che noi ambientalisti da soli, senza soldi né finanziamenti, ne abbiamo piantati in tre anni circa 1.300/1400 sul Monte Moro capirete che c’è un problema del sindaco col verde. Non una questione economica, è proprio un modo di concepire la bella Genova tutta cemento e supermercati. Attualmente sono in corso molte battaglie, sempre all’ultimo sangue; o meglio linfa. Però una l’abbiamo appena vinta – a Corvetto – dove volevano abbattere un bel po’ di fusti storici. E non si erano accorti che lì c’è un muro dal 1500, che fa mostra di sé già nelle stampe antiche di Genova. Quindi sono incappati nell’ennesimo svarione per insipienza: sicché la Sovrintendenza, che aveva dato via libera al progetto con la clausola “salvo rilevamenti archeologici”, anche grazie alle nostre pressioni ha bloccato tutte le attività in attesa di studi approfonditi sul muro e sulle sue eventuali nuove destinazioni. Purtroppo nell’ottica del nostro sindaco la vicenda andrà ancora avanti perché la sua idea è quella di ridurre le spese; quindi, anziché potature, stroncature di alberi attraverso capitozzatura. Mentre il fatto che ci sia ombra, un ricambio d’aria assolutamente fondamentale per la qualità della vita, un paesaggio piacevole che rafforza il valore delle zone e dei caseggiati circondati dal verde sono questioni che al sindaco non interessano. Marco Bucci fa business, sostiene la speculazione edilizia in ogni angolo della città; a cominciare dalla Fiera del mare dove siamo ancora in attesa dei tanti alberi promessi (continua).

Andrea Agostini – Circolo Nuova Ecologia

La guerra degli alberi in atto (Parte Seconda): l’attacco a corso Podestà

A Genova Corso Andrea Podestà collega Acquasola e il ponte Monumentale alla collina di Carignano. Nel secolo scorso la strada fu allargata e venne costruita la passeggiata, in cui fregio vi sono Pini marittimi che garantiscono ombra e paesaggio. Dal marciapiede si apprezza una splendida vista panoramica sulla città, verso monte e verso la collina di Albaro. Sotto la strada vi sono degli archi che sono sottoposti a vincolo monumentale. Gli archi nel corso del tempo sono stati chiusi ed abitati. Ora pare vi siano delle infiltrazioni, provocate dalle radici, che comporterebbero danni ai locali sottostanti.

Senza alcun passaggio partecipativo, abbiamo appreso il progetto del Comune di Genova, che prevede l’abbattimento di 18 piante, di cui 11 sicuramente sane e senza problemi, lavori di impermeabilizzazione e ricostruzione, Sistemazione di vasconi in cui piantare dei pini d’Aleppo. Costo per le casse comunali un milione di euro. Risultato: distruzione (in perpetuo) della passeggiata panoramica.

In tutto questo vi sono alcuni passaggi che non abbiamo compreso. Come sia stato possibile concedere l’agibilità per locali così angusti, visto che il loro retro insiste nella viva roccia ed i bagni, da regolamento edilizio, dovrebbero avere una condotta di aria forzata che arriva sino al tetto (cioè sul corso)? Ancor di più, come sia stato possibile concedere l’abitabilità, visto che vi sono studi professionali e addirittura un bed & breakfast? È il Comune ad aver concesso che persone lavorassero o abitassero in tali locali sottoposti alla strada? Come è possibile distruggere un bene pubblico, come il paesaggio, fruibile da tutti, per sanare infiltrazioni di soggetti privati in proprietà o in affitto dal Comune?

Infatti si passerebbe da godere di alberi di prima grandezza (pini marittimi) a progettati alberi di seconda grandezza, quindi più piccoli (pini d’Aleppo), con il timore che si finisca per impiantare quelli di terza grandezza (alberelli come peri da fiore), poiché i vasconi non garantirebbero la sopravvivenza delle essenze ipotizzate. Quali garanzie vi sono che, divenendo aiuole pensili, l’impermeabilizzazione abbia durata eterna? Altrimenti tra quaranta/cinquant’anni sarà necessario abbattere quanto sopra insistente per fare una nuova operazione analoga. Vi è sconcerto per l’incedere in tal maniera. Nel non trovare soluzioni alternative. Nell’impiego di ingenti risorse pubbliche. Soprattutto, se si va ad abitare in una grotta ci si può lamentare dell’umidità?

Vincenzo Lagomarsino – Italia Nostra

POLITICA E ISTITUZIONI

Lo stato dell’arte delle regole e delle pratiche pubbliche

È più pericoloso Toti o il rigassificatore?

Rigassificatore, cos’è? È un impianto che consente la trasformazione del metano (ma non solo) da liquido (trasportato da navi) a gas, attraverso un processo di riscaldamento. Da qui “entra” nelle tubature. In Italia ce ne sono già quattro. Non li vuole nessuno, ma Toti ha proposto al governo la Liguria come sede per uno nuovo, venendo subito nominato commissario straordinario (daje co’ ‘sti’ commissari). A cosa serve? A niente, il rigassificatore, non Toti, quello serve; serve: è un perfetto servitore. Basterebbe aumentare i nostri metanodotti del 2/3% che i rigassificatori diventerebbero inutili per il nostro fabbisogno energetico. Infatti questo surplus di gas viene dirottato all’estero. Né durante la crisi di Cuba, né durante la rivoluzione di Algeria il gas è mai mancato. Nemmeno durante l’attuale conflitto russo-ucraino. Vi è mai mancato il gas a casa? Avete dovuto spegnere il riscaldamento o cucinare con il carbone? No, ci hanno raccontato delle balle per motivi economici, per alzare a dismisura il prezzo del gas per qualche periodo, per indurvi a bloccarlo per anni a costi elevati. Per speculare, insomma. Infatti oggi, nonostante il perdurare e il peggioramento del conflitto il prezzo è ritornato a periodi prebellici. Portano benefici in termini di occupazione? Sì, vi lavorano circa ottanta persone, per lo più maestranze altamente specializzate formate all’estero. È pericoloso? Sì, molto, il rigassificatore, Toti meno. Se solo una tra le centinaia di navi che mensilmente attraccano al largo in queste isole galleggianti prendesse fuoco, l’energia sprigionata sarebbe pari, secondo il Pentagono, alla potenza di 55 bombe atomiche come quella di Hiroshima (ma senza radiazioni: che bello!) e brucerebbe tutto in un raggio di 50 chilometri. Non parliamo dell’inquinamento marino, che dalla piattaforma, a prescindere da incendi, si propaga continuamente sotto e sopra la superficie, ma tanto quello chissenefrega. È talmente pericoloso (non Toti) che è sottoposto alla legge di Seveso (Direttiva 96/82/CE), ovvero la norma europea tesa alla prevenzione e al controllo dei rischi di accadimento di incidenti rilevanti, connessi con determinate sostanze classificate pericolose, e con l’obbligo di far partecipare i cittadini all’eventuale scelta se accogliere o meno l’impianto. Ma con il commissario “straordinario” queste norme, come pure le valutazioni d’impatto ambientale, si possono saltare: capito il trucco?

Carlo A. Martigli

Piombino non vuole il rigassificatore e Toti lo rifila a noi

Tra i molti danni collaterali della guerra in Ucraina, vi è quello di dover sostituire le forniture di metano e petrolio russi, da cui l’Italia dipendeva grazie alla scriteriata politica dei governi Berlusconi. Ricerca affannosa che ha decisamente rallentato il percorso, previsto a livello comunitario per il dopo-Covid, di innovazione ambientale: la sostituzione dei carburanti fossili con fonti di energia rinnovabile e pulita. Dunque, ci si è dovuti dotare di impianti di rigassificazione che riportano allo stato gassoso il metano trasportato liquido da apposite navi metaniere. Sino ad oggi in Italia esisteva una sola di tali strutture: nel golfo della Spezia, località Panigaglia, grande meta turistica e patrimonio universale dell’Unesco. Un vecchio impianto costruito a terra; mentre oggi i rigassificatori vengono collocati su navi ancorate al largo, onde evitare pericoli in caso di incidente. L’impianto ha una capacità di 3,4 miliardi di Smq3 l’anno. Sarà potenziato sino a 8 miliardi di Smq3 con un aumento delle emissioni inquinanti in atmosfera. Più l’incredibile autorizzazione di trasportare autobotti cariche su bettolina da un lato all’altro del Golfo; in un Golfo dove si vuole piazzare di tutto: porto mercantile, porto militare, terminal crociere, traghetti, nautica da diporto, cantieri navali. Ora anche autobotti di metano che navigano a zonzo. Il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha nominato Giovanni Toti commissario straordinario per i rigassificatori. Il Presidente della Liguria dovrà occuparsi di trovare una sistemazione adeguata alla nave rigassificatrice, che attualmente opera a Piombino. Infatti il Governo si è impegnato a dirottarla altrove a seguito delle giuste proteste della popolazione.

Toti non ci ha pensato su neppure un secondo: ha immediatamente offerto la disponibilità della Liguria a ospitare l’impianto che a Piombino non vogliono. Non si è sbilanciato su dove collocarlo. Le possibilità però sono tre, Genova, La Spezia o Vado Ligure. Certo che per una regione che già ospita un rigassificatore, per di più a terra, pagando un pesante contributo alla produzione energetica nazionale (basti pensare alle centrali del passato a Genova, La Spezia e Vado Ligure), non si sentiva proprio la necessità di un altro impianto che non genera occupazione, crea pericoli e non giova certo alla vocazione turistica della Liguria.

Nicola Caprioni

SPAZIO E PORTI

Traffici e infrastrutture nella prima industria ligure

Dal fronte del porto all'Iren. Bucci prepara il dopo Armani - LOSPIFFERO.COM

Fenomenologia di Paolo Emilio Signorini

Ecco cosa emerge dal suo curriculum portuale. Per assecondare Bucci che dopo 5 anni di mandato non aveva trovato soluzione ai depositi chimici di Multedo, Signorini ne accetta il trasferimento nel porto commerciale, al posto di un terminal da 5milioni di tonnellate di merce varia e che impiega 200 persone, in cambio di mezzo milione di tonnellate di prodotti chimici pericolosissimi di fronte alle abitazioni di Sampierdarena e 50 dipendenti. Inoltre, per assecondare Bucci che grazie all’indennizzo di Autostrade per il Morandi ha risvegliato il progetto del tunnel sub-portuale senza alcuna discussione pubblica, Signorini accetta che siano eliminate fisicamente aziende come CSM (l’unico magazzino portuale con i suoi 40 dipendenti), come Wartsila (storica sede nel ramo industriale con tutti i suoi lavoratori), come altre piccole ma preziose aziende di riparazioni navali. Ancora, il terminal rinfuse, settore in crisi ma essenziale per la multispecialità del porto. Ebbene Signorini lo dà in concessione a due terminalisti che fanno solo container e rimorchi, col risultato che presto si trasformerà in un terminal contenitori. Per non parlare della farsesca inaugurazione del terminal Bettolo con la celebrazione dell’alleanza tra SECH e MSC, rotta pochi mesi dopo da SECH che se ne è fuggito con PSA, lasciando MSC con un approdo insufficiente, per cui l’investimento pubblico della nuova banchina dovrà attendere la nuova diga, chissà quando. Infatti, il monumentale progetto approvato da Signorini per assecondare Bucci è soggetto a rischi di cedimento, con la probabile necessità di rivedere il progetto, allungare i tempi e aumentare il budget (prospettiva assai gradita a molti dei protagonisti della vicenda). Salvo non succeda il peggio. Una diga che Signorini e Bucci hanno voluto ridotta a mero frangiflutti (Breakwater!), invece che progettarla con sezione più larga per ospitare altre funzioni portuali; vista l’entità del finanziamento pubblico. Tutto in nome dello spendere e fare in fretta, con i tempi dettati dalla frenesia del commissario Bucci.

Per finire, la figuraccia del nuovo piano regolatore portuale di competenza di Signorini ma in realtà disegnato da Bucci, con il raddoppio del terminal di Prà all’insaputa della cittadinanza e lo spostamento del porto petroli anch’esso a Prà. Insomma, posti di lavoro persi, quelli che si rischiano di perdere, imprese chiuse, valori economici dissipati, l’ulteriore declino del porto, la credibilità pubblica gettata a mare.

Riccardo Degl’Innocenti.

SALUTE E SANITÀ

La prima tutela in una regione che invecchia

La sanità ligure fa acqua

Non bastavano le code assurde per ottenere una prestazione sanitaria, non bastava la cancellazione di reparti e prestazioni, sistemi informatici che saltano, la dolorosa scelta tra rivolgersi al privato pagando ciò che si è già pagato con i contributi sanitari e non curarsi per mancanza di soldi. Ora negli ospedali liguri piove. Era già successo alla Spezia e ad Albenga. Ora tocca al principale ospedale ligure, San Martino. I piani bassi del monoblocco si sono allagati, frutto della mancata manutenzione delle strutture ospedaliere e dei tagli del personale. L’immagine del Pronto Soccorso allagato fa il paio con gli ultimi rapporti sulla sanità, che confermano la Liguria “maglia nera” del Nord Italia (nonostante ci sarebbero spazi e potenzialità per svolgere funzioni e ruoli differenti: manca la regia e il sostegno al sistema pubblico). Sicché la pioggia nei reparti del San Martino è l’immagine simbolo di una sanità ligure che “fa acqua da tutte le parti”.

Un recente studio dell’Università Bocconi sottolinea la situazione delle strutture private accreditate, che sono in netto aumento, passando dal 25% del 1998 al 47% del 2020, con una spesa sanitaria pubblica pro capite molto al di sopra della media del nord Italia: dai 1500€ del 2001 ai 2300€ del 2021; crescendo del 4% solo nell’ultimo anno.

Invece precipitiamo in fondo alla lista se si parla di fughe di pazienti: la Liguria ha in percentuale il più alto numero di abitanti che si rivolgono a strutture di altre regioni. E i liguri sono quelli costretti a pagare di più per curarsi: più del 40% ha dovuto rivolgersi a strutture private per avere una prestazione in tempi decenti; la regione è sotto la media nazionale per l’assistenza domiciliare integrata, perché di fronte a quasi 100mila persone che la richiedono, se ne copre a malapena il 15%. Con l’aggravante della fragile rete di servizi per gli anziani, che sono la netta maggioranza della popolazione.

Di fronte a questo scenario non solo la Giunta Toti non corre ai ripari prendendo atto della situazione e cercando soluzioni, ma si aggiunge anche ALISA (il carrozzone burocratico costoso e inutile voluto dal centrodestra) che ha il coraggio di dichiarare: “ricorrere al privato convenzionato rientra in una strategia che consente di trovare risposte alle liste d’attesa, affinché i cittadini non si rivolgano direttamente al privato, pagando di tasca propria”.

Nicola Caprioni

FATTI E MISFATTI

Affarismi (o peggio) del potere, locale e non

Comprereste il gas da Signorini?

I rappresentanti dei Comuni di Torino e Reggio Emilia, principali soci del Comune di Genova in IREN, hanno indicato la competenza come requisito principale per il nuovo amministratore delegato da nominarsi. Dichiarazione diretta al sindaco Bucci, rappresentante del Comune di Genova, che in qualità di principale azionista è colui che ha il privilegio di indicare il nome dell’amministratore delegato. Bucci, a quanto riferiscono i media, pare intenzionato a indicare come amministratore delegato l’attuale presidente del porto di Genova e Savona Paolo Emilio Signorini, che ha una lunga e esperienza come dirigente pubblico ma di cui non si conosce alcuna esperienza di conduzione al massimo vertice di una corporate, una grande società multiservizi, per di più quotata in borsa.

Lo dico da utente di un contratto di fornitura di energia elettrica e gas con IREN di cui sono attualmente soddisfatto; preoccupato che Signorini ne possa diventare l’AD perché, oltre alla sua oggettiva incompetenza, non dimostra una personalità e una autonomia professionale degna della delega che riceverebbe. Traspare infatti che il motivo della nomination sia che Bucci intenda ripagarlo dell’attività svolta a Palazzo San Giorgio in perfetta sintonia con i suoi obiettivi. Probabilmente confida che domani Signorini mantenga in IREN nei confronti del primo azionista quel fervore dimostrato verso il primo cittadino. Non c’è da dubitarne. Perché, se all’azionista un AD deve corrispondere, nei confronti del Sindaco il Presidente del porto è andato oltre. Infatti costui deve rispetto e collaborazione al Sindaco, ma il suo dovere è servire lo Stato, non il Comune; gli interessi della portualità come bene pubblico a gestione pubblico-privata. E solo grazie ad essi fare gli interessi della società e del territorio; valorizzando le risorse demaniali e le concessioni alle imprese per la gestione operativa.

Perché sono preoccupato delle mie utenze del gas e della luce? Perché il porto va male da alcuni anni, giusto da quando Signorini è stato nominato Presidente dopo essere stato segretario generale della Regione Liguria di Toti e dopo essere stato un funzionario e un dirigente ministeriale. Un grand commis, non un manager, tanto meno un CEO. Certo un Presidente non può impedire una cattiva congiuntura internazionale o il declino dell’economia nazionale. Tuttavia, non deve aggiungere danni al danno. Se Signorini sarà il nuovo AD IREN, temo di dover cambiare fornitore di servizi.

Riccardo Degl’Innocenti

Toti crea il poltronificio della spazzatura

La maggioranza di destra alla guida della regione Liguria ha deliberato la costituzione della nuova Agenzia Regionale dei Rifiuti. Non è ben chiaro a cosa serva, se non a “piazzare” a un ben remunerato posto di lavoro qualche fedelissimo di Toti. È invece chiaro il peso che ogni cittadino ligure dovrà sopportare. Infatti la struttura avrà un costo di 700mila euro annui e sarà dotata di un direttore generale (poteva mancare?) con uno stipendio di € 148.000 l’anno e di 8 dipendenti. La spesa sarà sostenuta da un ricarico sulla TARI pagata dai cittadini. La motivazione addotta da Toti e dal fido assessore Giampedrone è che la struttura dovrebbe provvedere alla realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione. Un impianto discutibile e da molte parti criticato, del quale non si sa praticamente niente. Dove sarà collocato? Che potenza avrà? Quale tipologia? Che senso ha creare una tale sovrastruttura per la realizzazione di un impianto? Poi, quando l’impianto fosse realizzato, cosa ne sarebbe di questo inutile e costoso carrozzone?

Bocciati tutti gli emendamenti delle opposizioni, da quello che chiedeva la partecipazione nelle decisioni degli enti locali in merito a ciclo dei rifiuti, tariffe e impianti, a quello che prevedeva di abbattere il costo di questa agenzia affinché non gravasse sulle spalle dei cittadini”. In altre regioni sono i Comuni in collaborazione con le regioni a decidere le politiche e le tariffe dello smaltimento dei rifiuti. Ossia gli organi a più diretto contatto con i cittadini e le loro esigenze a stabilire metodi, luoghi, sistemi di trasporto e tariffe. In Liguria si è fatta la scelta opposta: comanda solo l’Ente Regione. Con il taglio da ogni decisione degli enti locali. I costi, come sempre, li paga Pantalone, che in questo caso sono i cittadini e le imprese liguri: una tassa ingiusta non parametrata al reddito familiare ma al numero di persone che lo compongono. Pagheranno per mantenere l’ennesimo carrozzone inutile e costoso, sul tipo della famigerata “Alisa” in campo sanitario.

Nicola Caprioni

Tempi duri per il risparmio in Liguria

La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha annunciato che a luglio i tassi saliranno ancora. Provvedimento criticato da tutti, soprattutto per quel che riguarda le sempre maggiori difficoltà di chi, negli anni passati ha sottoscritto un finanziamento a tasso variabile. Nel caso della Liguria i dati sono ancora più preoccupanti: il 60% della popolazione ha scelto (improvvidamente) il tasso variabile al momento della sottoscrizione del mutuo per acquisto della casa. Due anni fa il tasso Euribor (quello su cui si appoggia il variabile dei mutui) era meno 0,50, un tasso negativo addirittura. Oggi è del 3,5 circa, ovvero un incremento di quattro punti secchi. Il che si traduce in un pauroso aumento delle rate. Tanto per fare un esempio: un mutuo di 100 mila a 25 anni, partito con circa 380 euro/mese adesso sarebbe di 550 euro con un monte di interesse finale da 13.000 a 66.000 euro, cinque volte di più. Da due anni a questa parte ci sono stati ben 11 aumenti, e se il post Covid aveva visto una leggera ripresa del mercato immobiliare, oggi in Liguria il crollo è arrivato al 10%. La domanda, come si dice, dovrebbe sorgere spontanea negli amministratori di questa disastrata regione: invece di buttare via i soldi in operazioni fallimentari come Ocean Race, che interessano solo quattro ricconi con lo yacht, con qualche elegante accompagnatrice (o prestante accompagnatore, a seconda dei gusti), o in progetti idioti e inutili come lo Skymetro, perché non preoccuparsi delle persone che non sanno più come riuscire a pagare il mutuo, cresciuto in via esponenziale? Ci sarebbe una risposta a livello nazionale: obbligare le banche (partner forte) a riposizionare il mutuo sui tassi fissi di almeno un anno fa per equità nei confronti del mutuatario (partner debole). Ma almeno in sede locale, Toti e i Sindaci (la provincia più colpita pare sia quella di Savona), avrebbero il dovere morale (e il potere giuridico) di aiutare la gente in difficoltà, soprattutto nei casi di prima casa e previo controllo dell’Isee (dello speculatore edilizio in crisi non ce ne deve fregar di meno). A meno che non faccia comodo agli amici dei loro amici che si arrivi a sempre più pignoramenti per morosità: la speculazione, quella del Galliera, del Waterfront e via cantando, non attende altro. E in consiglio, l’opposizione, muta? E fate qualcosa di concreto!

Carlo A. Martigli

UNO SGUARDO DA LEVANTE

Cosa bolle in pentola nell’Est ligure? Testimonianze

A dritta e a manca, appunti dalla Lunigiana “storica”

Da bastione rosso a terra di conquista: con le sconfitte dei candidati di centrosinistra a Sestri Levante e Sarzana sembra completata la trasformazione di questo terzo di Liguria. L’eredità di un radicamento dei partiti della sinistra si direbbe dissolta nei mille rivoli di un tatticismo disperante, anticamera della paralisi: mancano le proposte, mancano le idee, rimane impregiudicato il dramma di una classe dirigente che stenta a rigenerarsi. Latita, soprattutto, il collegamento vitale con la società: il mondo dei lavori, delle imprese, dei bisogni e delle urgenze sociali. Quel che non manca è la domanda di politica: troppe le questioni strategiche sul terreno, dai nodi infrastrutturali al destino della portualità, dalla minaccia di un turismo intensivo, “croce e delizia” tra Cinque Terre e dintorni, alla crisi perdurante del servizio sanitario e del welfare di prossimità un tempo garantito dalle amministrazioni pubbliche ma anche da una fitta rete di mutualità e volontariato, oggi sempre più in affanno e nell’angolo. Si misurano gli effetti dei vice-regni totiani, in sella ormai da qualche anno in tutti i principali comuni: la pigrizia crescente e l’impoverimento dell’offerta politica coincidono con il declino della capacità di lettura e di iniziativa. Esemplare il caso di Spezia, dove nella partita cruciale delle riconversioni industriali o degli equilibri delicati tra rinnovata presenza militare e sviluppo urbano il ruolo della politica locale appare ridotto a quello di un mero osservatore passivo. Nel regno dell’inevitabile, la politica muore, o peggio ancora degenera nel battibecco correntizio. A Spezia si rivoterà nel 2027, a Sarzana addirittura nel 2028. Nel mentre altri comuni più piccoli, alla spicciolata. Difficile immaginare le condizioni per la reconquista: anche quando centra gli argomenti, la sinistra politica sembra non indovinare i toni e gli accenti. Il suo “vaste programme” rimane lettera morta per difetto di credibilità o più spesso di organizzazione. Prevale l’istinto di conservazione del potere personale, ormai polverizzato e ridotto a dimensioni meno che condominiali, a discapito di un disegno strategico generoso e di lungo respiro. Potrebbe essere tempo di rimettere mano, con più umiltà, a un cantiere comune, da Sestri Levante a Luni, ri-sintonizzando la sinistra sul suo registro ideale: l’analisi economica e sociale, la proposta organizzata, la capacità di mobilitazione. Meno caminetti e più scintille.

Marco Lorenzo Baruzzo

UNO SGUARDO DA PONENTE

Cosa bolle in pentola nell’Ovest ligure? Testimonianze

In memoria di un “modello Savona” che fu

La primavera savonese fiorì nel novembre 1996 quando, all’imboccatura del porto sotto il Priamar, fece la sua prima apparizione un liner della Linea Costa. E fu la contestuale scoperta di una vocazione croceristica, che innescò nella città impoverita dalla de-industrializzazione quelli che potremmo definire alla francese “i venti gloriosi”: una stagione di rinascita, guidata da specializzazioni competitive che partivano dal mare. La strategia promossa dalle categorie economiche che avevano trovato il proprio aggregatore-leader nel segretario dell’Autorità Portuale, poi presidente, Rino Canavese; un personaggio brusco e autoritario fin che si vuole ma con visione e competenze, unite alla indispensabile forza realizzativa. Soprattutto ben radicato nella società locale, a differenza di quanto accadeva negli altri porti liguri: ossia la calata degli spezzini, con il politicante Giovanni Forcieri interessato solo ai vantaggi personali garantiti dalla visibilità quale presidente dello scalo cittadino; il giovanotto in carriera Luigi Merlo, poi approdato a uno status manageriale in MSC grazie al ruolo apicale ai vertici del genovese Palazzo San Giorgio. Sicché la Savona di quegli anni esprimeva un’energia imprenditoriale sconosciuta al resto di Liguria, purtroppo destinata a esaurirsi per l’assenza di un fattore decisivo in tutti i casi europei di successo nel consolidamento del rilancio civico: una forte regia della politica, che indirizza le risorse settoriali a motore di un progetto collettivo. Difatti i sindaci che si sono susseguiti hanno brillato per l’incomprensione di tali potenzialità: l’irrilevanza di Federico Berruti nonostante l’ostentato pedigree bocconiano, l’inesistenza dell’amabile indossatrice berlusconiana Ilaria Caprioglio, l’attuale primo cittadino Marco Russo, che dovrebbe incarnare il ritorno a sinistra mentre collude con Toti. Intanto la politica nazionale evirava la fertile specificità savonese a sua stessa insaputa: l’infelice riforma Del Rio degli accorpamenti portuali, in cui la fusione con Genova ha significato l’inglobamento; la demenziale statualità della stagione renziana (tagli alla rappresentanza e uomo solo al comando) che unificando le tre Camere di Commercio (imperiese, savonese e spezzina) ne ha vanificato la funzione di punto di raccordo locale tra le parti sociali. E così Savona ritorna città di notabili; uomini per tutte le poltrone sia a destra che a sinistra (è il caso di nominarli?). Silente, come prima del 1996.

Pierfranco Pellizzetti

PASSEGGIATE D’ARTE

Le bellezze dimenticate da riscoprire

La facciata di Palazzo San Giorgio

Passando davanti a Palazzo San Giorgio abbiamo mai osservato con attenzione la facciata dipinta; sappiamo chi sono i personaggi ritratti? L’edificio fu costruito nel porticato a mare di Sottoripa, cuore commerciale di Genova, alla metà del XIII secolo come sede del Comune per volere di Guglielmo Boccanegra, fu quindi sede delle dogane e nel XV secolo passò al Banco di San Giorgio (la più antica banca del mondo nata nel 1407 e la prima ad occuparsi di gestione del debito pubblico!). Nel1570 il palazzo fu ampliato e ristrutturato, con i prospetti nello stile rinascimentale genovese, compresa la decorazione ad affresco. I protettori del Banco di S. Giorgio all’inizio del XVII secolo incaricarono Lazzaro Tavarone, tra i più celebri artisti dell’epoca, di ridipingere la facciata a mare in sostituzione di quella di Andrea Semino del 1591 che non era piaciuta. Il restauro ebbe inizio nel1606 e terminò dopo due anni; quello successivo è datato 1912 ad opera di Lodovico Pogliaghi che, su incarico del Consorzio Autonomo del Porto, ridipinse le decorazioni del prospetto a mare; ripristinate poi dal pittore Raimondo Sirotti nel 1992 per le Colombiane. La decorazione della facciata riproduce un rivestimento in marmo con bugnato al piano terra e paraste che dividono il prospetto in tre sezioni. Al centro, sopra l’importante portale marmoreo di accesso, si staglia San Giorgio che uccide il drago, icona nelle decorazioni scultoree del centro storico, vero e proprio simbolo della Repubblica. La figura del Santo è stata dipinta ex novo da Sirotti poiché nei secoli era scomparso completamente l’originale secentesco. Ai lati sono dipinte sei statue, di colore bronzeo, all’interno di finte nicchie, raffiguranti le glorie della Repubblica: Caffaro di Rustico da Caschifellone, blasonato “cronista” per la Genova tra il 1099 al 1163 con i suoi Annales, il “PrincipeAndrea Doria, il più grande, condottiero e politico che pare abbia lasciato persino testamento scritto “in genovese” , Simone Boccanegra il 1° e 4° Doge della Repubblica, il condottiero crociato Guglielmo Embriaco detto “Testa di maglio” raffigurato con il sacro Catino, l’eroe Cristoforo Colombo e infine l’ammiraglio Benedetto Zaccaria, condottiero e mercante e vero vincitore della Battaglia della Meloria. Completano la decorazione le figure di Giano e Nettuno, e lo stemma dei “Conservatori del Mare”, l’ente di governo del porto al tempo della Repubblica di Genova, la facciata culmina in alto con la torre dell’orologio.

Orietta Sammarruco

GENOVA MADRE MATRIGNA

Al centro di una regione centrifuga

Questa non è una città per giovani

Abbiamo detto e ripetuto che Genova non si può dire un posto per giovani: non semplicemente nel senso che li ignora, ma in quello – ben più grave – che mal ne sopporta la presenza. Chiassosi, riottosi, irrispettosi dell’Autorità: insomma la città, principalmente intesa nel senso della sua amministrazione, ne farebbe volentieri a meno.

Su questa linea si colloca il progetto di ‘sgombero’ dei centri sociali, nidi pericolosi di disordine, sovversione, disturbo della quiete pubblica.

Soppressa in maniera indolore “la Terra di Nessuno”, storico ritrovo di sovversivi, artistoidi, fricchettoni vari (‘dopo 27 anni finalmente viene chiuso questo epicentro di illegalità nel quartiere del Lagaccio’: così la nota trionfante del gruppo consiliare della Lega), tocca ora al centro sociale Zapata. In attesa che anche i più giovani Buridda e Pinelli seguano la stessa sorte; con in più l’ipocrisia della ‘generosa’ offerta di spazi alternativi inadatti o tanto malandati da richiedere costosi interventi di ristrutturazione che i centri sociali non possono notoriamente permettersi.

Così, mentre nessuno osa toccare la memoria e l’icona di Don Gallo, giace del tutto abbandonato il progetto del beneamato prete per un’intesa tra Comune e Centri sociali, vòlta – prima di tutto – a riconoscerne la funzione; ma in secondo luogo a consolidarne la troppo precaria esistenza. Tutto questo per contrastare quella cultura giovanile che a Genova conduce da sempre una vita grama, contrastata da certo peloso perbenismo, condannata da una visione basata sull’ineffabile principio ‘law and order’.

Guai – dunque – ai giovani che non accettano di rientrare nei ranghi ma che da anni, sulla propria pelle, forniscono occasioni di socializzazione (cultura, musica, persino politica!) che le amministrazioni susseguitesi nei decenni hanno deliberatamente, spesso ipocritamente, condannate al silenzio.

Michele Marchesiello